lunedì 12 dicembre 2011

Dal 1922 al 1952, i tre periodi del rebetiko

 Testo di Ilias Petropoulos, tratto e tradotto dal libro Rebetika tragoudia, prima edizione del 1968, Atene

Dal 1922 fino al 1952


Fuga da Smirne, 1922.

L’ultimo grande spostamento di popolazioni tra Grecia e Turchia,  è avvenuto nel 1922 (La Katastrofì). I greci che abitavano le città e le coste dell’Asia Mino­re, avevano già abitudini borghesi e poche tradizioni. Da profughi sono stati i principali diffusori dei rebetika insieme con i carcerati, gli hassiklides (fumatori di hascish), e i soldati. Dal 1922 fino al 1932 escono  dischi con nome o  pseudonimo del compositore, con famose (per l’epoca) cantanti (Marika Politissa, Rita Ambatzi, Rosa Askenazi), con san­turi, violini, e outia. Queste canzoni erano dette di stile arapiko o anatolitiko (anche Hiotis ha composto anatolitica più tardi) e la provenienza da Smirne era resa molto evidente.

Rosa Eskenazy con 
Mitsos Memsis( violino) e Agapios Tomboulis (tabur), 1932

Solo trent’anni è durato il periodo d’oro del rebetiko: dal 1922 al 1952 circa, suddiviso in tre periodi.
Nel primo decennio si affermò lo stile smirneiko, della città di Smirne ma nessuno dei compositori conosciuti all’epoca (Paul, Eitiziritis, Dragatsis, Marinos, Karipis) divenne famoso. Nel secondo periodo (1932-1940) gli outia hanno fatto posto a buzukia e baglamades, e le cantanti dei  kafè-aman ai “severi” cantanti dei tekedes che erano contemporaneamente composi­tori, parolieri e virtuosi del buzuki. Fu allora che il rebetiko, con classica semplicità, ha svelato il genuino mondo dei margini. 

 Il famoso quartetto di Pireo: Vamvakaris, Delias,Batis, Paghiumtzis,
Nel secondo periodo, che è l’epoca d’oro del rebetiko, periodo classico, emerge il rispettabile Markos Vamvakaris, grande cantante popolare, compositore e strumentista. E accanto a lui Tountas, Baianteras, Batis, Anestis Deliàs (che è morto giovanissimo), Stratos Payumtzis, Morfetas, Hatzihristos, Peristeris, Papaionanou.
Alla fine, il terzo periodo o laikò rebetiko (1940-1952) è l’epoca in cui Tsitsanis ci ha regalato le sue migliori canzoni, dove Markos (Vamvakaris) cantava Tsitsanis e Hiotis, suonava il buzuki nel disco di Harma. Era l’epoca della fame, dei forni crematori, degli spari e del terrore e di tutto ciò il rebetiko non ha cantato perché era ancora all’inizio. Non ha potuto però evitare di risentire la tragedia del periodo. Vassilis Tsitsanis è il mago di quel periodo, che fa si che il rebetiko diventi popolare, che ha parlato d’amore con la tenerez­za di una fanciulla, che ha pianto di nascosto per tutti quelli che sono caduti negli incroci sotto i colpi dei traditori, che suonava il buzuki in modo perfetto. Allora, Tsitsanis insieme a Mitsakis e a Hiotis hanno scelto nuovi cantanti con voci che ricordavano pescatori, muratori e verdurieri. Tsitsanis ha abbandonato definiti­vamente l’outi, il santuri e la mandola (la mandola la suonavano Tountas e Tsitsanis quando era ragazzo) usando nelle sue vecchie canzoni solo il buzuki e la chitarra. 

 Vasilis Tsitsanis
Inoltre Tsitsanis ha arricchito il rebetiko con taksimia (accordi, scale, melodie) complessi e difficili da suonare,  è stato il primo ad autonominarsi  nelle sue canzoni, ha cantato le pene d’amore, ha lasciato da parte le rime facili, ha scritto un vero e proprio inno panellenico – la “sinefiasmeni Kiriaki” (Domenica nuvolosa).
Le canzoni di Tsitsanis erano melanconiche, gentili, virtuose e sacre.
Ognuno di questi periodi (smirnèiko, classikò e laikò)  ha il suo stile e ogni stile si distingue chiaramente dall’altro.

Sul divertimento

Alla radice del (buono o cattivo) rebetiko, si trovano le cause, i modi e i luoghi del divertimento. Il maghas fa la passeggiata (seriani o tsarka) al mattino o al pomeriggio. Però le sole ore che contano sono quelle serali, alla taverna. Taverne e locali simili sono conosciute anche nel canto dimotico. La mescita di vini era luogo di bevute. La festa paesana (panighiri), la fontana del paese, la locanda, erano luoghi di vita all’epoca del canto dimotiko. Nella festa del dimotiko si mangia e si beve, mentre in quella del rebetiko si beve soltanto. Festa senza bere non si fa. Il bere nel dimotiko è festa collettiva, però i rebetes bevono e fanno festa per liberarsi dall’ama­rezza. Cercano l’oblio. Una noia mortale stringe le città. La festa del paese era festa popolare nella piazza (panighiri) o nel cortile della casa (gamos, matrimonio), durava almeno un giorno di danze saltellanti, molte voci e risate, con danzatori orgogliosi che volavano in aria, con spari e boati, era una vera gioia di vivere.I rebetes fanno festa nelle taverne, di notte, seduti, quasi melanconici, con improvvisi scatti rompono piatti, o cercano rogne, ballano piegati e allora battono la terra assorti. La festa moderna dura poche ore. Una festa del secolo scorso (XIX) durava da uno fino a sette giorni. Nelle feste di campagna del XVII secolo, c’era ordine, una serie di riti, rispetto dello spirito collettivo, danza collettiva, canto collettivo, tavola comu­ne, infinite offerte da un tavolo all’altro, qualcosa di analogo presentano quadri di pittori stranieri che rap­presentano feste neoelleniche degli ultimi secoli o anche feste dell’europa occidentale (kermesse). Adesso ognuno fa festa con se stesso, rinchiuso in piccoli gruppi in mezzo a sconosciuti, disadattati, senza sentire né vedere. Nella festa del rebetiko regna l’egoismo, l’assenza di organizzazione. C’è una differenza sostanziale tra la “gioia” (kefi) della festa aperta delle campagne dal gruppo chiuso della taverna. Temporalmente, il panighiri avveniva nel passaggio tra una stagione e l’altra. Il rebetis invece fa festa per fuggire dalle noie personali cercando la compagnia per comunicare le sue amarezze
 “ferte mia kupa me krassi ke kante mu parea”
“portate un bicchiere di vino e fatemi compagnia”
I canti rebetika e la danza zeibekiko sono espressione di questa amarezza della vita. Tutto è espressivo in un magha, come si siede, come invoglia l’amata
(“spasta re Mariò, ke ta plirono ego”
“rompi tutto re Maria, pago tutto io”)
come si alza e come piega la testa, come fuma, lo sguardo obliquo, come litiga. Di solito il rebetis finiva la festa all’alba, tornando a casa o in macchina o in calesse.

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