domenica 15 marzo 2015

Evievan al ex-birrificio Metzger, 28 marzo, Torino



Lo spettacolo racconta la vita straordinaria di Elias Petropoulos, scrittore, ricercatore, "antropologo urbano", intellettuale anarchico e allergico ad ogni tipo di autorità. Figura eccentrica nel panorama intellettuale europeo del Novecento, Petropoulos è nato nel 1928 ad Atene e fu imprigionato sotto il regime dei colonnelli per il contenuto delle sue pubblicazioni bollato come scandaloso, sovversivo e anti nazionalistico. Stanco delle continue censure, si esiliò a Parigi dove morì nel 2003. Fedele al suo spirito beffardo e alla definizione di se stesso come di "topo di fogna" volle che le sue ceneri fossero disperse in un tombino.
Scrisse 80 libri, tutti dedicati all'ipocosmo, "il sottomondo" dei gay, dei travestiti, della prigione e dei ladri, dei fumatori di hashish e di tutte le culture minoritarie e marginalizzate. Cultore delle liste e delle classificazioni, scrisse anche un dizionario dello slang del mondo omosessuale; un trattato sui metodi e il vocabolario per la preparazione del caffè; uno studio sulle tipologie di balconi, finestre e cortili nell'architettura greca e sul ruolo della zuppa di fagioli nella cultura sociale ellenica. Uno dei suoi lavori più celebri è Rebetika Tragoudia: studio monumentale sulla storia della musica rebetika, la musica del sottoproletariato urbano, da Petropoulos identificata come la cultura identitaria del popolo greco.

Lo spettacolo si presenta come un canovaccio di canzoni rebetike nella cui tessitura si inseriscono brevi stralci recitati tratti dai libri di Petropoulos come, per esempio, il "Manuale del bravo ladro". Sul palco, in una scenografia minimale, arricchita a tratti da video proiezioni e danze rebetike, si alternano sei artisti: musicisti, danzatori, perfomers.

giovedì 25 settembre 2014

Gente da taverna


Pubblichiamo come anticipazione la versione per il blog di un articolo dal prossimo numero di Segn/Ali. 

Buon viaggio e buon ascolto.



GENTE DA TAVERNA
«…Se tu penserai, se giudicherai 
da buon borghese… 
li condannerai a cinquemila anni
più le spese, 
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo 
se non sono gigli son pur sempre figli 
vittime di questo mondo.»

Fabrizio De André “La città vecchia”


In tempi di crisi si è propensi ad avere due atteggiamenti differenti. Il primo, che potremmo definire dionisiaco e tragico, ci porta ad introiettare il dolore della vita e a espanderlo per renderlo concretamente un atto di verità costitutivo dell’essere che è in crisi in quanto vivente e che vive per segnare la crisi. Un termine, «crisi», che etimologicamente significa «rottura, frattura». L’ideogramma cinese che designa il concetto di crisi contiene due segni, di natura complementare come è tipico della filosofia taoista: il primo analogo al significato etimologico, il secondo, con il significato di «opportunità». Certamente quest’accezione è alla base del secondo atteggiamento, di tipo apollineo, di fronte alla crisi, il rivendicare l’opportunità per una nuova creazione, per una nuova poesia.

Da secoli distinguiamo i due atteggiamenti, incasellandoli nelle categorie di pessimismo e ottimismo. Ma così come è visibile negli ideogrammi cinesi, pure nella cultura e nell’inestinguibile pensiero umano convivono e si compenetrano i due poli di Dioniso e Apollo. Per saperlo con certezza rivolgetevi ad un greco: scoprirete che, in fondo, entrambi sussistono in ogni istante della vita, fino quasi a toccarsi.

Tale convinzione riverbera per tutta la lettura del libro Rebetiko – vita, musica, danza tra carcere e fumi dell’hashish, Edizioni Nautilus di Torino, un volume che ci racconta la storia di questa scena culturale sorta alla fine dell’ottocento e sviluppatasi fino a fiorire appieno tra gli anni ‘20 e gli anni ‘50 del XX secolo, tra le sponde sconfinanti di Grecia e Turchia, all’interno di un milieu di sottoproletari urbani. Un ipocosmo sociale che ha vissuto i drammi di guerre, di esodi, di dittature, di imprigionamenti, discriminazioni e angherie del potere sulla propria pelle. Un milieu urbano condannato a confrontarsi costantemente con la «crisi».

Questa scena musicale e culturale nasce ed è pertinente alle periferie, ai confini soggetti a contaminazioni, e a luoghi di ristoro e perdizione, approdi e derive del vivere. Il rebetiko è una musica urbana da taverna del porto. Ecco una scena che potremmo vedere: una costruzione bassa con le serrande mezze abbassate, in una piccola via o un vicolo, una taverna quasi impercettibile, celata agli occhi delle autorità prepotenti. Al suo interno pochi tavoli, gente che beve e fuma nella semioscurità. Volti segnati dalla durezza della vita, dallo sguardo ora torvo ora assente. Nell’aria il suono di alcuni cordofoni, due buzukia e unbaglamas, i primi affini a dei mandolini, il secondo del tutto simile a questi, ma in formato assai ridotto, con un suono più penetrante e acuto. Accanto a loro una chitarra, e forse anche uno strumento a percussione. Attorno a certi tavoli potremmo vedere persone abbandonate, in uno stato quasi catatonico, con lo sguardo del tutto assente e sognante; in mezzo a loro, ancora visibile, un narghilè artigianale autocostruito. Sono i fumatori di hashish che si narcotizzano con questa droga per non patire le asprezze del tempo, per evocare e cercare conforto in sogni dolci. Allo stesso modo potremmo vedere qualcuno alzarsi e compiere passi di danza, come rapito da un dáimon, e ugualmente sembrerà che cerchi una catarsi di qualche tipo, sia dionisiaca che apollinea. Le strofe che viaggiano mormoranti sulla musica ci parleranno innanzitutto della vita di questo ipocosmo. Sono storie d’amore, di nostalgia di posti, di esperienze di carcere o di vita quotidiana tra le taverne, il bere, il fumare, e i patire i colpi dell’amara sorte.

Così scopriamo leggendo questo libro, che presenta alcuni testi di Elias Petropulos, che da «antropologo urbano», come si definiva, descrive, racconta e spiega, aprendo il ragionamento, senza mai giudicare, anzi condannando le facili sentenze di un sapere ufficiale, accademico e giuridico, che opprimevano il sottoproletariato urbano, col quale invece si schiera Petropulos. Egli se mai problematizza, crea connessioni, approfondisce e documenta, non accettando mai compromessi, ma rinviando alla vita stessa qualsiasi soluzione. Perché la musica e la cultura del rebetiko sono innanzitutto un’arte di vivere.

Il libro, sintetico ed essenziale, accompagnato da un bel disco con esempi di musica rebetika tradizionale del periodo, è arricchito di ulteriori contributi (note, immagini e appendici) che collezionano i segni e le particolarità del rebetiko, approfondiscono per il lettore che non li conosce gli sfondi storici nei quali apparve questa scena, e presentano i ritratti dei principali autori di rebetiko presenti sul cd. Una musica, il rebetiko, che è andata scomparendo con l’avvento delle mode turistiche omologate, ma che nelle sue tradizioni, soprattutto in questi periodi pieni di crisi, porta ancora forte il messaggio e la carica poetica della sua arte di vivere.

Negli ultimi anni, pullulano omaggi al rebetiko da parte di più artisti, musicisti e scrittori. Segno di questi tempi di crisi. Possiamo sicuramente citare il lavoro di Vinicio Capossela con musicisti greci, con le sue canzoni reinterpretate in chiave rebetika. Ma anche il bel libro a fumetti di David Prudhomme. Oppure le interpretazioni postmoderne di Yannis Kyriakides e Andy Moor(Yannis kyriakides e Andy Moor) che ripropongono questa musica, nell’album “Rebetika”, in un profluvio di nuove contaminazioni che attraversano e toccano i suoni del punk e dell’elettronica.

Quest’arte di vivere la potrei definire come figlia della dimensione portuale dell’esistenza. Voglio ora allargare lo sguardo, errante, nel tentativo di riabbracciare i tempi cosmici con una serie di libere connessioni. Prendetele, se volete, come azzardi poetici…

Il porto è un luogo carico di simboli. Prima dei simboli però stanno le potenze che nel tempo antico erano avvertite come déi, numi che illuminavano la coscienza dell’umanità. Prima della tecnica e dei sofismi, il mondo o cosmo suggerisce la presenza dei numi, e di per sé le voci degli déi ci avvertirebbero di fronte a quei piccoli golfi dalle acque profonde, quasi uterine, protettive e nutritive, che consentono la (psico)nautica. I porti sono luoghi di confronto, di scambio, di narrazione, di visioni estatiche e misteriose. Vi transitano saperi, idee, conoscenze, ma anche traumi, ferite, e cose, beni materiali ed immateriali. Anche qualche mostro che dal mare aperto dell’esistenza è entrato nel nostro cervello per non uscirne mai più (ma forse era già lì ed è solo emerso).

Il mito ci consegna la storia di Melicerte, figlio di Ino, e fratello di Learco. Ino era la figlia di Cadmo e Armonia, ed era sorella di Semele e sposa di Atamante, re tebano. Uccise i figli che il marito aveva avuto da Nefele. Adottò il dio Dioniso, figlio di Zeus e di sua sorella Semele. A causa di ciò, Hera adirata fece impazzire Atamante che cacciando uccise il figlio Learco scambiandolo per un cervo. Ino, disperata, impazzita, buttò Melicerte in un calderone bollente, e poi con il corpo di lui si buttò in mare. Zeus chiese allora l’intervento di Poseidone il quale tramutò Ino e il figlio Melicerte in due divinità, coi nomi di Leucotea e Palemone, protettrici dei naviganti, che soccorrevano durante le tempeste.

Palemone era per i latini il dio Portunus, il cui tempio sorgeva presso il ponte Emilio, ove era lo scalo delle merci. Palemone/Portunus era il dio del porto. Gli era dedicata un festa (i Portunali) che cadeva il 17 agosto, data in cui si raggiungeva l’apice della siccità, e occorreva propiziare la rottura delle acque dal cielo, affinché la vita continuasse a scorrere. Lo stesso giorno, e dunque in coincidenza mitologica, venne eretto un tempio in onore di Giano, dio protettore dei cicli, e degli inizi, che sovraintendeva alle soglie – o confini.

Ino, diventata Leucotea «la dea bianca», era invece per i latini divenuta Mater Matuta, divinità dell’aurora, insieme a Giano, Pater Matutinus. Mater Matuta era la protettrice delle partorienti, al pari di un’altra dea che sovraintendeva al parto, Lucina – divinità ora identificata come epiteto di Hera/Giunone, dea del matrimonio e della famiglia, ora identificata con Artemis/Diana, dea della caccia, dea lunare, vergine, protettrice delle donne, gemella di Apollo.

In questa arborescenza cosmica, in questo succinto e assai parziale tratto della mitologia classica, assistiamo all’avvicinarsi echeggiante del porto con il parto. È questo un arco mitico che si tende tra il senso dionisiaco e quello apollineo. Il porto con la sua simbologia, e altrettanto il parto con le sue potenze, mi richiamano un’altra e ben più forte potenza, Anankē, la Necessità. Poiché entrambi i luoghi, questi due palcoscenici della vita, con i lorobacini, non prescindono da una costrizione che è proprio il segno distintivo della Necessità, il cui simbolo è il giogo.

La grecità, millenni prima del rebetiko, ci ha però consegnato un’altra testimonianza: il tentativo di subordinare la necessità alla bellezza. Un’altra potenza archetipica è chiamata in causa in questa cosmica partita: Athena, dea del sapere. È Athena, nella sua doppiezza verginale di dea che fa fiorire la conoscenza, e di dea guerriera, che riconduce il giogo della Necessità al pensiero, sovraintendendo alla Norma in forma poetica, grazie ad una potenza a lei legata, la Persuasione.

Allora mi ritornano in mente, opposte e antagoniste alle asprezze della guerra, della carestia, delle angherie del potere, la parole di una filosofa, Hannah Arendt, che si opponeva tanto alla violenza quanto alla confusione tra autorità ed autoritarismo (che se mai segna la sconfitta dell’autorità), e con pervicaci tentativi di persuasione ammoniva che «la democrazia va partorita ogni giorno».


Ho errato con lo sguardo tra gli astri del cosmo, ma sono tornato alla fine all’ipocosmo del sottoproletariato urbano del rebetiko, poiché è in sperduti naviganti come quelli delle taverne greche di qualche decennio fa, o come negli altrettanto sperduti naviganti delle periferie mondiali, materiali e mentali di oggi, che si confrontano costantemente con la crisi, che si può venire a contatto con un’arte di vivere che è una visione decisiva e poetica dal fortissimo valore politico e universale.
Enea Solinas


Bibliografia e discografia apertamente citata:

Elias Petropulos – REBETIKO – Vita, musica danza tra carcere e fumi dell’hashish, Nautilus Edizioni, 2013. – Libro + cd.

Roberto Calasso – Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988

James Hillmann – La vana fuga dagli déi, Adelphi, 1991

David Prudhomme – Rebetiko, Coconino Press, 2010

Vinicio Capossela – Rebetiko Gymnastas, Warner Music, 2012

Yannis Kyriakides&Andy Moor – Rebetika – Unsounds, 2010



lunedì 24 marzo 2014

Nikos Mathessis, il Trellakias, (il pazzariello), (1907- 1975)



 

Sono cresciuto a Pireo. Vivevamo ad Agios Nikolaos, vicino alla Dogana. Mio padre era uno dei più grandi commercianti di pesce al mercato di Pireo. Aveva un banco di pesce al mercato centrale di Pireo. A me piacevano le lettere e la pittura, e da  ragazzino disegnavo, dipingevo e scrivevo versi. Ma mio padre non mi ha lasciato  finire il liceo. Mi ha fatto ritirare e mi ha preso con sé al mercato dicendo: "E qua il pane, gli artisti muoiono di fame!"
All'età di 15 anni, nei primi anni '20, mi sono trovato al mercato del pesce, una Babilonia di criminali, dove la lama a doppio taglio usciva  per un nonnulla. Trovavi di tutto, macellai, verdurieri,  pescatori, barcaioli, cocchieri, chasisopotes e bulli. Ero in un inferno, nel fango del mercato.
Allora il Pireo era una città molto feroce. Gli omicidi a Karvuniarika e, a Troumba e Tselepi erano all'ordine del giorno. Per quanto riguarda i tekè era pieno, sulla costa di Pireo, a Panagitsa, a Aghios Nilos, a Aghios  Nicolas, a Ghiftika, a Troumba e Hatzikyriakio. E più andavi in là , verso Aghios Dionisios, li fumavano per strada. Giocavano  a dadi sulla strada , passava il poliziotto e nessuno li dava importanza, piuttosto  tiravano fuori la doppia lama cosi poteva vederla. A Pireo c’era anche la polizia a cavallo. Bordelli c’erano solo nel quartiere Vourla, che dopo sarebbero diventati prigioni.   Le donne che esercitavano a Vourla non potevano uscire, era severamente proibito, e i militari tenevano sorvegliata l’area dei bordelli. Ma gli amanti-magnaccia  avevano i loro trucchi e a mezzanotte saltavano dentro eludendo le guardie . Ma néssuna delle donne ha fatto mai la spia. Ogni tanto accadeva qualche omicidio, ovviamente a causa delle donne. La stessa  donna che a causa sua qualcuno aveva commesso reati doveva  mantenerlo finchè non usciva di prigione. Non poteva fare altrimenti perché l’avrebbero uccisa gli amici del amante-magnaccia. Ma quando l’amante criminale usciva dal carcere, il suo primo lavoro era quello di sposarla, cosi imponeva la regola. E per il skylomaghas la legge non scritta era dura!



Negli anni °30 Drapetsona era un ghetto, non come oggi che è diventata come Kolonàki! Era una delle piazze più importanti dei maghes. Frequentavano i tekedes e i bordelli di Vourla gente di ogni risma. A Vourla c’erano più di 500 prostitute e tutto il mondo che gira attorno a loro. Avevo conosciuto una puttana di Vourla, viveva a Karvuniàrika, si chiamava Lucy. Si è suicidata nel '33, aveva sballato e poi si è accoltellata da sola. Questa era Drapetsòna, baracche, tekedes, traffico di droga in piena espansione, bordelli, ruffiani, criminali, contrabbandieri, maghes, prepotenti, truffatori, eroinomani, haschissomani, gente dal coltello facile, skilòmaghes, avanzi di galera. La polizia girava giorno e notte e ogni tanto faceva delle retate. Quelli anni erano di fuoco, si uccideva per due soldi, per una donna o per capriccio. Fin da piccolo, ero vivace, e ho fatto un nome nella piazza di Pireo. Era l'epoca dei koutsavàkides e dei daìthes. C’erano i tekès nascosti, dalla porta chiusa.
Per entrare dovevi suonare la porta  da iniziato e il teketzìs ti vedeva da qualche buco nella porta. C’erano le bettole che avevano la licenza da Kafenìo. In ogni bettola e kafenìo di quartiere c’erano appesi 3-4 buzùkia e baglamàdes per la marmaglia che lo frequentava. In questi kafenìa non smettevano di suonare, giorno e notte, il buzuki vari màghes, kopromagkes, skylomagkes, e màghes veri che avevano appreso a suonare nella vera scuola, quella del carcere. Sentivi sempre belle melodie del buzuki e canzoni del carcere e del tekè. Si mischiavano il canto del buzuki con il profumo del hashish dai narghilè e dai spinelli. Ovviamente per entrare dovevi aver la faccia, essere uomo della piazza, con una carriera criminale.



In questo mondo sono entrato anch’io e ho cercato di diventare il primo màghas. Volevo essere il primo palikàri e ho iniziato le sfide e a rispondere alle provocazioni con spavalderia. Tutti i kutsavàkides e i daìthes mi rispettavano. Ero diventato famoso, mi conoscevano anche le pietre, non ero un machalòmaghas, un maghas del quartiere. Andavo nelle altre piazze, dove c’erano altri màghes e gli provocavo. Obbedivo solo alla legge del màghas. Perché noi avevamo le nostre leggi, i nostri valori. Non tenevamo conto ne di Dio ne dei poliziotti, e non mi piacciono per niente gli sbirri. La cosa che ci piaceva, la facevamo senza dar conto a nessuno. Ma non frequentavo i bordelli, né i magnaccia, neanche gente di bassa lega. Facevo compagnia con i migliori màghes del epoca e con kutsavakia che non accettavano neanche il sorriso. Erano màghes famosi, duri, da tutti temuti, uomini che prima di rivolgerli la parola facevi le prove per un mese. Se qualcuno intendeva sfidarli passava prima dalla chiesa per l’ultima comunione.
Il cane, un bulldog di solito, era necessario ai daìthes, e accompagnava il suo padrone ovunque. Ogni volta che andavo al tekè prendevo anche il cane insieme. Narghilè io, narghilè anche il cane. Alla fine era diventato il primo cane hassiklìs del Pireo! Una volta arrivati al tekè, prima che io potessi entrare, il cane era già dentro e iniziava ad abbaiare ! Voleva il narghilé! Fumava e sballava. Era un cane màghas e hassiklìs.
Fin da piccolo mi piaceva dipingere e scrivere versi. Nel 1930 ho iniziato a scrivere canzoni per le registrazioni. La prima canzone che ho registrato era Mes’tu Nikìta ton tekè, Nel tekè di Nikìtas,:

Charmànis ime ap’to proì, pào ghia na fumàro/

Mes’stu Nikìta ton tekè, pu echi fino mavro


In carenza sono dal mattino, vado a fumare
Nel tekè di Nikìtas che ha il nero raffinato

Allora quando uscivano questi dischi, la polizia ci attenzionava, per causa del hashish, narghilè e cose cosi. Una volta, ero andato  a Drapetsona e dove c'è il ponte di ferro a Aghios Dionìssios, si è avvicinato un poliziotto e mi ha detto: “Non basta che vi lasciamo fare ciò che volete, ma lo mettete anche nei grammofoni e ci provocate” . Una parola tira l’altra, mi sono incazzato di brutto. Gliene ho dette di tutti i colori. E’venuto giù il finimondo, l’ho insultato pesantemente: “Ti metterò il narghilè nel culo, bruto stronzo, te e la tua corona”.



Nel 1938 ho fatto l'omicidio. C'era un màghas che era il terrore di Freatida, a Pireo. Era feroce e sanguinario, carico di sfide e vecchie condanne, con molti anni di carcere alle spalle. Era un skilòmaghas che uccideva per un non nulla. Ho avuto da dire con lui in un tekè, e siccome c’erano anche altri màghes presenti, questo li ha dato fastidio e mi aspettava al varco. Così arrivò un pomeriggio, al mercato, nel mio banco insieme a un suo cugino soldato, noto criminale. Mi attaccarono al improvviso, senza dirmi una parola. Il cugino mi ha tenuto la mano destra e lui, con un falcetto mi ha colpito al collo e alla spalla sinistra. Perdevo sangue e caddi in ginocchio dal dolore. Allora prima che mi finivano ho estratto una pistola a sei colpi, marca Uniate, gli ho sparato quattro volte! Lo colpirono due proiettili e l’ho ucciso. Mi hanno trasferito all’ospedale in afasia, mentre suo cugino è stato arrestato. Una volta guarito, sono rimasto sotto accusa per un po’ ma poi usci su cauzione e assolto per legittima difesa. E poi, il Venerdì Santo, sono andato alla sua tomba, ho sballato e ho cagato sopra! Perché l’avevamo detto che chi dei due uscirà vivo andrà a cagare sulla tomba del altro. E così ho fatto.
Lentamente il Pireo è cambiato. E’ arrivato il progresso. Si è organizzato il porto. Aboliti i barcaioli, andati i vetturini. Sono sparite le chiatte che erano un asilo per i ladri. I bordelli sono stati chiusi. I tekèdes sono stati spenti. Gli amanèdes non si sentono più nelle strade illuminate e gli ubriachi non esistono. Le baracche nei sinecismi sono sparite e al loro posto sono stati costruiti palazzi di due e tre piani. I pollai e le bettole di Drapetsona sono stati demolite e sono spuntati palazzi di otto piani. La Drapetsona è diventata il Kolonaki di Pireo. Ognuno ora ha l’auto e invece di ouzo o vino beve coca - cola... Ma i màghes e i rebètes non spariranno finchè il Pireo rimarrà un porto. Ci sono, si mescolano insieme a noi, si siedono accanto a noi, ma in un'altra forma. Non aspettate di vederli con la coppola e la cintura, a parlare màghika e kutsavàkika. Vive quindi il rebetis, non muore mai, perché ha sette vite. Perché non c’è giardino senza spine, non c’è campo senza erbaccia . Manca il Marzo dalla quaresima? Così non mancherà  il rebet-asker.
Qualche giorno fa è morta mia moglie. Le ho scritto una canzone un paio di giorni prima di morire:

Me dìchos màtia ke milià/ to Golgothà anevènis
Ghiatì kyrà mu viàzesse/ke den me perimènis

Senza occhi e parola sali il tuo calvario
Perché hai fretta mia signora e non aspetti anche me?

Doveva aspettare, ma lei aveva fretta. Non so perché. Tanto tra un po’ ci andrò anch’io. E’il cancro. Da un anno si è insediato nella mia gola! Sua Maestà il cancro! Lo nutro con le sigarette e l’alcol, perché non voglio vivere. L’altro ieri che mi ha preso la prima crisi mi hanno portato in ospedale e mi volevano addormentare, per aprirmi la gola. Guarda cosa volevano fare! Volevano addormentarmi! Ho detto loro no, no cento volte! Voglio essere sveglio per godere le ultime pene della mia vita. E così è successo, le ho godute!

L’ho scappata fino adesso ma tra un po’ andrò correndo al Ade. L'altra notte ho sognato di nuovo mia moglie che mi diceva: "Vieni!". Sono pronto per andar di là. E li dove andrò ci sarà tutta la vecchia guardia: Tsitsànis, Papaioànnou, Stràtos, Bàtis, Anèstos, Markos, Hatzichrìstos, Keromytis, Rosa e  Bellou. La compagnia è pronta nel Ade e mi aspetta.


martedì 4 marzo 2014

Petropoulos e Sex drugs & rebetiko a El Paso





Venerdì 7 Marzo / SEX DRUGS + REBETICO
al Condorito, Via stazione 64 – Margarita (Cuneo)
  Elias Petropulos “Rebetiko”: “Vita, musica, danza tra carcere e fumi dell’hashish”
 insieme alla compagnia 
 Sex drugs & Rebetico direttamente da Toulouse
www.condorito.it


Sabato 8 marzo, tappa della combinazione sexdrugsrebetiko/Petropoulos 
al  Circolo Culturale Barbarià., alla località Mentoulles (Fenestrelle) in Val Chisone e

Domenica 9 marzo, alla libreria Calusca-kox18,
 a Milano in via Conchetta 18

martedì 21 gennaio 2014

Rebetiko di Petropoulos, con gli Evievan al Kirkuk kaffè


A Torino, domenica 9febbraio2014
con la straordinaria partecipazione degli EVIEVAN
compagnia musicale che traccia le strade del rebetiko in italia
parleremo di rebetiko e di petropulos
sentiremo lo zeibekiko bevendo e mangiando
al kirkuk kaffè, incrociando strade levantinorientali
strade musicali ma sopratutto
strade dell'arte di vivere.



lunedì 16 dicembre 2013

Markos Vamvakaris, (1905-1972)





Markos Vamvakaris, (1905-1972)


Il rebetis più influente nel mondo del rebetiko. Nato nell’isola di Syros, nelle Cicladi, unica isola cattolica nella Grecia ortodossa, da famiglia povera. Aveva cinque fratelli. Nel 1912, l'arruolamento di suo padre per le guerre balcaniche, lo costringe a lasciare la scuola prima di terminare la quarta elementare e a lavorare in un filatoio insieme con la madre. Ha fatto molti lavori, il garzone in alimentari e in una macelleria, il lustrascarpe, lo strillone, fino a quando uno sfortunato incidente nel 1917 lo obbliga a entrare da clandestino su una nave a vapore, e di fuggire da Syros a Pireo. Lì iniziò a lavorare come operaio addetto al carbone e dopo nove mesi lo raggiunge il resto della famiglia. Fa il facchino e il macellaio-scuoitore nel macello di Pireo. Nel 1942 si sposa con rito ortodosso con Vagheliò, sua seconda moglie e per questo è stato scomunicato dalla Chiesa cattolica, dopo il rifiuto della diocesi cattolica di Syros di annullare le prime nozze con la famosa Zigkoala, la sua prima donna. La scomunica è stata annullata nel 1966 dopo che aveva iniziato la seconda fase della sua carriera.



Inizia la sua passione per la musica poco prima di andare soldato nel 1924-25, quando ha sentito per caso, un amico di suo padre, Nikos Aivaliotis a suonare il buzuki . Entro sei mesi ha imparato a suonare il buzuki da solo, ascoltando altri musicisti nei vari tekè di Pireo. Anche se suonava molto bene, non lo faceva mai a pagamento, ma suonava solo per gli amici nei tekè, fino al 1934, quando le esigenze economiche e l'incoraggiamento del violinista Vracham lo spinsero a partecipare ad un’orchestra dietro compenso.. Qualche tempo dopo, nell'estate del 1934 crea la sua prima orchestra, il famoso "Quartetto del Pireo" , composta da lui stesso e Giorgos Batis , Stratos Pagioumtzis e Anestis Deliàs . Il Vamvakaris aveva iniziato a scrivere sue canzoni dal 1928-29, ma la sua carriera discografica inizia la seconda metà del 1932 con l'allora nuova casa discografica Columbia dove ha registrato la sua prima canzone " Efoumaram'ena vradi" (“Abbiamo fumato una notte”)e la strumentale "Serf Taxim " sull’altro lato del disco. Seguì una carriera brillante e altamente produttiva, sia con le case discografiche, sia nei locali dal vivo, che non si è fermata neanche durante l'occupazione.. Nonostante questo, nel 1950 Vamvakaris è malato di artrite, e questo lo porta ad un completo isolamento artistico. Vive in condizioni di povertà, soprattutto suonando in provincia e nelle feste del paese fino al 1959 quando Tsitsanis, che è il nuovo direttore artistico della Columbia, lo invita a registrare vecchie e nuove canzoni con la voce di Grigoris Bithikotsis . Qui inizia la seconda carriera del maestro, che ha avuto la fortuna di vedere il suo lavoro riconosciuto. È morto nella sua casa, a Kokinià, roccaforte rossa di Pireo nel 8 febbraio 1972.Di solito nei suoi dischi, Vamvakaris suonava il buzuki e cantava lui stesso.Le canzoni registrate sono più di 200. La maggior parte sono registrate in dischi a 78 giri, tra il 1933 e il 1956. Dal 1932 al 1960 ha registrato 149 brani di propria composizione e 220 come interprete (131 propri e 89 di altri autori), di autori come Spiros Peristeris (30 canzoni), il Tsitsanis (24 canzoni), Apostolos Hatzihristos (7 brani) e altri.



M. Vamvakaris
1. Rimbombano le prigioni  - Αντιλαλούν οι φυλακές, 1935      


Αντιλαλούνε οι φυλακές
τ' Ανάπλι και Γεντί Κουλές


Αντιλαλούνε τα σήμαντρα
Συγγρού και παραπήγματα


Αν είσαι μάνα και πονείς
έλα μια μέρα να με δεις


Έλα πριν με δικάσουνε
κλάψε να μ' απαλλάξουνε


Rimbombano le carceri
di Nafplion e  Ghedì-Koulès


Risuonano le sirene
di Sigroù e Parapigmata


Se sei madre e provi dolore
vieni un giorno a trovarmi


Vieni prima che mi giudicano
e piangi cosi mi scagionano.



2. Θέλω μαστούρης να γινώ, Voglio sballare, (M. Vamvakaris)


Θέλω μαστούρης να γινώ
να 'ρθω να 'μαι μαζί σου,
γιατι εσένα αγαπώ αμάν, αμάν
κι όχι την αδερφή σου.


Μπαγάσηδες τα αδέρφια σου,
για μένα δεν τους νοιάζει,
με κλείσανε στη φυλακή αμάν, αμάν
κι έχω γι' αυτούς μαράζι.


Τη στρίγκλα τη μανούλα σου
που όταν με δει με βρίζει,
της εύχομαι στα γηρατειά αμάν, αμάν,
σαν σκύλα να γαβγίζει.


Voglio farmi e sballare
venir per star con te
perché è te che amo, aman, aman
e non tua sorella.


Falsi, disonesti i tuoi fratelli
di me nulla gli importa
in carcere mi chiudono, aman, aman
di loro mi lamento.


Alla strega di madre tua
che mi vede e mi insulta
le auguro in vecchiaia, aman, aman
di abbaiare come cagna.


3. Καραντουζένι, Karadouzeni (M. Vamvakaris)      


Έπρεπε να 'ρχόσουνα μάγκα
μες τον τεκέ μας
και ν'άκουγες το μπαγλαμά
και τις διπλοπενιές μας.


Να κάτσεις να 'φχαριστηθείς
ν' ακούσεις και λιγάκι
θέλεις δε θες να σηκωθείς
βόλτα για ζεϊπεκάκι.


Νά 'κουγες το αραμπιέν
και το καραντουζένι
και σε λιγάκι θά 'λεγες
ο αργιλές θα γένει.


Να σου φύγουν οι καημοί
να σπάσεις νταλγκαδάκι
απ' τις πενιές που θά 'κουγες
από το μπουζουκάκι.


Dovevi venire magha
nel nostro di tekè
per sentire il baglamà
i nostri doppi assoli


Seduto e piacevole   
ascolterai un po’
vuoi e non vuoi ti alzerai 
per un giro di zeibekiko


Ascoltando l’arabièn
e il karaduzeni   
dopo un pò dirai
di preparare il narghilè


Volerano i problemi
si scioglieran le pene
ascoltando melodie
dal piccolo buzuki


4. Ο ισοβίτης, L’ergastolano (M. Vamvakaris)


Στη φυλακή με κλείσανε ισόβια για σένα
τέτοιο μεγάλονε καημό επότισες εμένα
εσύ 'σαι η αιτία του κακού για να με τυραννούνε
οι πίκρες και τα βάσανα να με στριφογυρνούνε


Τώρα θα κάνω έφεση μήπως με βγάλουν όξω
κακούργα δολοφόνισσα για να σε πετσοκόψω
να σου 'χυνα πετρέλαιο κι ύστερα να σε κάψω
και μέσ' στο ξεροπήγαδο να πάω να σε πετάξω


Εφτά φορές ισόβια τότε να με δικάσουν
και στη κρεμάλα τ' Αναπλιού εκεί να με κρεμάσουν
όλους συνόρκους δικαστές πλάνεψε η ομορφιά σου
με δίκασαν ισόβια για να γενεί η καρδιά σου


Με τη ραδιουργία σου μπουζούριασα το Χίτη
χωρίς να θέλω μ' έκανες να γίνω ισοβίτης
τέτοια μεγάλη εκδίκηση να την εξεμπουκάρω
όπως τον Έκτορα ο Αχιλλεύς τον έσερνε στο κάρο



Per te, in carcere mi chiudono, ergastolo mi danno
quanta pena e delusione  mi hai instillato
tu sei la causa del male che mi affligge
un vortice stretto di tormenti e amarezze


Adesso farò appello forse mi faran uscire
per farti a pezzi crudele assassina
ti cospargo di benzina e  poi ti darò fuoco
e i resti dopo  butterò dentro il pozzo secco


E allora sette ergastoli sicuro mi daranno
nel carcere di Nafplio li mi impiccheranno
tutti, giurati e giudici sedotti dalla tua bellezza
sentenziano l’ergastolo per fare te contenta.


Per i tuoi intrighi ho accoppato il fascista
senza volerlo, a causa tua sono ergastolano
una tale gran vendetta appena esco fuori
come Achille che Ettore cadavere tira dietro al carro.
       

5. Markos Primo Ministro (M.Vamvakaris)
Ο Μάρκος υπουργός
   
Όσοι γινούν πρωθυπουργοί
όλοι τους θα πεθάνουν
τους κυνηγάει ο λαός
απ' τα καλά που κάνουν


Βάζω υποψηφιότητα
πρωθυπουργός να γίνω
να κάθομαι τεμπέλικα
να τρώω και να πίνω


Και ν' ανεβαίνω στη Βουλή
εγώ να τους διατάζω
να τους πατώ τον αργιλέ
και να τους μαστουριάζω


Tutti i primi ministri
tutti moriranno
gli dà la caccia il popolo
per il bene che fanno


Mi  candido, mi candido
divento primo ministro
nel ozio mi crogiolo
mangiando e bevendo


E salendo in Parlamento
son io che li comando
schiaccio a tutti il narghilè
e sballano fumando


    Parole, musica e prima esecuzione, 1936, di Markos Vamvakaris . Nei primi mesi del 1936 morirono ben tre ex primi ministri, Kondilis, Venizelos e Demergìs: bell'occasione di sarcasmo per un "maghas" verace come Markos. Inserisco tradotta anche la prima strofa, che il testo a fronte non riporta.



6. Όσοι έχουνε πολλά λεφτά, Quelli che hanno un sacco di soldi (M.Vamvakaris)
   
Όσοι έχουνε πολλά λεφτά
να 'ξερα τι τακάρουν
άραγε σαν πεθάνουνε, βρ' αμάν-αμάν,
μαζί τους θα τα πάρουν


Εγώ ψιλή στην τσέπη μου
ποτές δεν αποτάζω
κι όλα τα ντέρτια μου περνούν, βρ' αμάν-αμάν,
μόνο σαν μαστουριάζω


Αφού στον άλλονε ντουνιά
λεφτά δε θα περνάνε
τα 'χουν και τα θυμιάζουνε, βρ' αμάν-αμάν,
δεν ξέρουν να τα φάνε


       
Quelli che hanno tanti soldi
voglio sapere cosa li fanno
sarà che quando muoiono, eh, amàn - amàn,
con sè  li porteranno


Denaro in tasca 
è raro che si fermi
e tutte le  rogne passano, eh, amàn - amàn,
solo se sballo forte.


Siccome all'altro mondo
i soldi non gireranno,
li tengono e li incensano, eh, amàn - amàn,
non sanno divertirsi.



7. Ψεύτικος ντουνιάς, Falso mondo (M.Vamvakaris)


Ψεύτικος είναι ο ντουνιάς
και ψεύτικη η ζωή μας
αφού στη μαύρη γη θα μπει
μια μέρα το κορμί μας


Όσοι και αν έχουνε λεφτά
τίποτα δεν αξίζουν
θα 'ρθει μια ξαφνική στιγμή
σαν το κερί να σβήσουν


Αυτή την ψεύτικη ζωή
πρέπει να την χαρούμε
πρέπει να την γλεντήσουμε
όπως και να την βρούμε


Το χρήμα και την εμορφιά
ο Χάρος τα μαραίνει
σ' αυτό τον ψεύτικο ντουνιά
μόνο η κακία μένει
       
Falso è il mondo,
e falsa la nostra vita
tanto in terra nera entrerà
un giorno il nostro corpo


Quelli che i soldi tengono
non valgono a niente
un attimo e improvisamente
saranno come candele spente


In questa vita falsa
bisogna divertirsi
in festa dobbiamo essere
comunque la troviamo


Denaro bellezza,
la morte li apassisce.
in questo falso mondo
solo la cattiveria resta.


8.Πειραιώτικος μανές, Amanes Pireotiko (M.Vamvakaris)       


Είναι πικρός ό θάνατος
μά είναι κι ησυχία x2
γιατί γλυτώνει τό κορμί x2
από τήν τυρανία


E’ amara la morte
ma porta la pace
perché salva il corpo
dalla tirannia.



9. Ο μαστούρας Lo sballato (M.Vamvakaris)    


Σαν μαστουριάσω και γίνω
λειώμ' από τη μαστούρα,
ξεχν' όλα μου τα βάσανα
κι όλη μου τη σκοτούρα.


Με πίκρες και με βάσανα
με προίκισεν η φύση,
κι όλα περνούν και χάνονται
μόνο με το χασίσι.


Κι έτσι ησυχάζω και περνώ (δις)
κι ευφραίνω το κορμί μου
απ' τη μαστούρα την πολλή
που 'χω στη κεφαλή μου.


Εγώ μάγκας γεννήθηκα
και μάγκας θα πεθάνω,
και ας φυτρώσουν χασισιές
στον τάφο μ' από πάνω.


Quando sballo
e sono pieno
scordo le pene
e tutti i tormenti


Pene e amarezze
una dote di natura
tutto passa e si perde
solo con il hashish


Cosi mi rilasso vado avanti
gioia per il mio corpo
il molto stupore
che ho nella mente


Io sono nato maghas
e maghas morirò
e crescerà l’hascish
sulla mia tomba.



9. Accendilo Stavro, accendilo, Κάν' τονε Σταύρο, κάν' τονε (M.Vamvakaris)         


Κάν' τονε Σταύρο κάν' τονε
βάλ' του φωτιά και κάφ' τονε (2)
Κάν' τονε Σταύρο κάν' τονε


- Αλά...τουρούχου ντάχου ντάχου ντα τουρούχου (φωνή Στράτου Παγιουμτζή)


Δώσε του Γιώργου του τρελού
του μάστορα του ξυλουργού (2)
Δώσε του Γιώργου του τρελού


Τράβα βρε Γιάννη αραμπατζή
που' σαι μαγκιόρος τεκετζής (2)
Τράβα βρε Γιάννη αραμπατζή


- Με λίγωσες αδερφάκι (φωνή Στράτου Παγιουμτζή)


Δώσε του Νικολάκη μας
να βγάλει το μεράκι μας (2)
Δώσε του Νικολάκη μας


- Γεια σου Μάρκο μερακλή. Γεια σου κι εσύ τεμπέλη μου με το μπαγλαμά σου (φωνή Γιώργου Μπάτη)


Τζούρα δώσε του Μπάτη μας
του μόρτη του μπερμπάντη μας (2)
Τζούρα δώσε του Μπάτη μας


- Φτάνει πια, τον έφαγες (φωνή Στράτου Παγιουμτζή)


Accendilo Stavro, accendilo
metti fuoco e brucialo


Passalo a Giorgos, il matto
maestro falegname


Tira Gianni il cocchiere
che è un fine teketzìs


Dallo al nostro Nikolaki
che tira fuori la nostra passione


Passa un tiro al nostro Batis
chè è un furbo e un donnaiolo